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Economia e Finanza

Assenza ingiustificata da lavoro, quali rischi per il dipendente?

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Assentarsi dal lavoro senza comunicarlo in azienda mette il dipendente davanti a diversi rischi. Vediamo quali sono e cosa comporta l’assenza ingiustificata.

Il dipendente che non si presenta al lavoro e non comunica la sua assenza e i motivi per cui lo fa corre dei rischi; il più grande al quale va incontro è la perdita del lavoro.

 

 

 

L’assenza ingiustificata infatti può portare al licenziamento oppure alla sospensione della retribuzione o in casi più lievi a provvedimenti disciplinari.

Di questi tempi però molti dipendenti che sanno bene che dimettendosi di propria iniziativa non avrebbero accesso alla Naspi tendono a utilizzare lo strumento dell’assenza ingiustificata per farsi licenziare dal datore di lavoro. In questo caso infatti avrebbero diritto alla Naspi.

La Corte di Cassazione ha recentemente avallato la richiesta di risarcimento espressa dal datore di lavoro nei confronti di un dipendente assente ingiustificato. In pratica il tribunale ha dato ragione al datore che chiedeva di essere risarcito con una somma pari al ticket Naspi, ovvero l’importo che in genere la ditta versa all’Inps quando decide di terminare il rapporto di lavoro. Questa tassa di licenziamento ha lo scopo di sostenere gli ammortizzatori sociali.

Assenza ingiustificata da lavoro: quando avviene

L’assenza ingiustificata dal lavoro avviene quando il lavoratore non comunica all’azienda la sua assenza ed anche quando non è in grado di motivare la stessa. Anche non recarsi al lavoro per un solo giorno senza comunicazione tempestiva al datore di lavoro viene considerata assenza ingiustificata. Se il lavoratore non si reca sul posto di lavoro per malattia deve contattare il suo medico curante che a sua volta in via telematica inoltra all’Inps il certificato medico.

Tuttavia, proprio per i motivi di cui sopra, non è sufficiente secondo la Cassazione essere assenti ingiustificati per esprimere un atto di dimissioni. E’ dunque il datore di lavoro che deve “provare” la reale volontà del lavoratore di dimettersi, strada ardua da perseguire, ma una volta ottenuta la dimostrazione l’azienda può bloccare l’erogazione dello stipendio. Più proficuo intraprendere una procedura di contestazione disciplinare, così come previsto dallo Statuto dei lavoratori. Consiste nell’invio al dipendente di una comunicazione in cui lo si avverte dell’attivazione del procedimento disciplinare nei suoi confronti: il lavoratore ha 5 giorni di tempo per presentare le sue difese e poi l’azienda deciderà quali sanzioni applicare.

Datore di lavoro e licenziamento

Il datore di lavoro può semplicemente licenziarlo oppure mantenere congelato il rapporto lavorativo, sospendendo anche lo stipendio fino al momento in cui il dipendente non rientra al suo posto di lavoro. Il licenziamento a seguito di un periodo di stallo è però una situazione piuttosto rischiosa per il datore di lavoro che può anche andare incontro ad una contestazione da parte del dipendente visto che il giudice potrebbe definire il licenziamento non tempestivo. È anche vero che il dipendente che “punta” ad ottenere la Naspi a seguito del licenziamento difficilmente presenterà le sue dimissioni, visto che così facendo non la riceverebbe.

Ricordiamo che il licenziamento può avvenire soltanto se gli obblighi contrattuali non vengono adempiuti ma allo stesso tempo non presentarsi sul posto di lavoro non costituisce da sola una causa di licenziamento, a meno che l’assenza comporti il blocco del lavoro o danni gravi all’attività. Il sistema migliore è quindi quello di attivare in tempi brevi la procedura di contestazione per giungere poi al licenziamento disciplinare: in questo caso il datore di lavoro può anche chiedere al lavoratore il risarcimento del danno che se accolto consente all’azienda di non versare la tassa di licenziamento, che verrà trattenuta dal Tfr o dall’ultimo stipendio.

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