All’inizio del 2026 i BTP mostrano una solidità che un anno fa sembrava difficile immaginare. Spread ai minimi storici, rating più stabili e inflazione in frenata ridisegnano l’attrattività dei titoli di Stato italiani, andando oltre la semplice logica del rendimento.
Il 2026 si apre con segnali chiari sul mercato dei titoli di Stato italiani. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha fissato emissioni di BTP a medio-lungo termine tra 350 e 365 miliardi di euro, confermando una strategia di finanziamento ambiziosa ma coerente con un quadro di fiducia crescente.

In questo contesto, i BTP oggi appaiono più solidi rispetto a dodici mesi fa, nonostante offrano rendimenti leggermente inferiori. Il punto non è solo quanto pagano, ma perché piacciono di più, come si sono ridotti i rischi percepiti e quali effetti concreti questo scenario produce per risparmiatori e investitori istituzionali.
Perché i BTP oggi sono più forti: spread, rating e inflazione cambiano lo scenario
Il segnale più evidente arriva dallo spread BTP-Bund decennale, sceso fino a 65 punti base, livello che non si vedeva dal 2009. All’inizio del 2025 superava i 115 punti, un dato già considerato contenuto. La compressione di circa mezzo punto percentuale nasce da due movimenti convergenti: da un lato l’aumento dei rendimenti dei Bund tedeschi di circa 0,35%, dall’altro il calo dei rendimenti italiani di circa 0,15%. Il risultato è un allineamento sempre più stretto dei BTP ai titoli “core” dell’Eurozona, con una riduzione sensibile della volatilità.
È vero, il BTP decennale oggi rende intorno al 3,55%, quindi meno rispetto a un anno fa. Tuttavia, questa minore generosità nominale si accompagna a una maggiore stabilità dei prezzi. Le famiglie italiane, che detengono oltre 400 miliardi di euro di debito pubblico, in gran parte con scadenze tra 4 e 7 anni, si trovano ogni anno davanti alla scelta se rinnovare l’investimento alla scadenza o diversificare. Il rallentamento degli investimenti netti degli ultimi mesi riflette proprio questa esigenza di equilibrio, non una perdita di fiducia.
A rafforzare l’appeal dei BTP nel 2026 contribuisce anche il miglioramento del quadro creditizio. Le principali agenzie di rating collocano l’Italia su valutazioni BBB+/BBB+/Baa2/A (low) per S&P, Fitch, Moody’s e DBRS. L’uscita definitiva dall’area “junk” riduce il rischio di shock improvvisi e allontana lo spettro della speculazione aggressiva sui prezzi. Per chi investe, questo significa titoli più ancorati ai fondamentali e meno esposti a oscillazioni violente.
Un altro elemento chiave è l’inflazione italiana, scesa più rapidamente dei rendimenti. Un anno fa si muoveva intorno all’1,5%, mentre ora viaggia poco sopra l’1%. Il governo la prevede all’1,5% per il 2026, comunque su livelli inferiori rispetto alle principali economie europee, Francia esclusa. Questo dato cambia la prospettiva: anche con rendimenti nominali più bassi, i rendimenti reali restano elevati e, in alcuni casi, risultano persino migliori rispetto al passato.
Il confronto con altri Paesi rafforza questa lettura. Gli OAT francesi offrono rendimenti più alti, ma riflettono un rischio sovrano aumentato, legato all’instabilità politica e a una gestione del bilancio percepita come più fragile. I BTP, al contrario, beneficiano di una narrativa più favorevole, che premia la disciplina fiscale e la riduzione delle tensioni sui mercati.