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Economia e Finanza

Flat tax un aliquota del 15% può far aumentare le imposte? Ecco a chi non conviene

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Flat tax, una misura fiscale che può in teoria comportare un grosso introito derivante dalla riduzione dell’evasione fiscale. Nella pratica ha però dei costi iniziali poco sostenibili.

La flat tax si contrappone in maniera netta all’attuale sistema con aliquote a scaglioni sebbene oggi esista parecchia confusione sulla forma che può assumere nel concreto in Italia.

Tassa Patrimoniale, immagine di repertorio (Google Images)

La Flat tax al momento rischia di rimanere un mero slogan elettorale. Le motivazioni sono concrete e il nuovo governo dovrà necessariamente prendere in considerazione gli effetti sui conti pubblici degli ultimi due anni di spesa.

L’Italia rimane sotto i riflettori degli investitori e quello che sarà il nuovo governo dovrà tutelare la sua credibilità. Soprattutto l’aspetto fiscale è determinante per rendere attuabili riforme utili alla riduzione della pressione fiscale. Per finanziare manovre radicali è necessario un taglio alla spesa pubblica, tanto importante quanto più la riforma vuole essere incisiva.

Un’imposizione fiscale uguale per tutti coloro che si trovano sotto una determinata fascia di reddito non mai stata applicata a pieno regime. Una forma di Flat tax è stata tuttavia introdotta con le Leggi di Bilancio del 2019 e del 2020 riservandole alle partita Iva, con aliquota al 15% per i redditi fino a 65 mila euro.

L’impatto della Flat tax secondo uno studio della UIL

Una aliquota unica non esclude così una forma di progressività, ma questa deve essere pensata per riuscire a sostenere la struttura dell’intero bilancio pubblico. Ad esempio, Forza Italia propone un’aliquota al 23% con un costo che almeno nei primi anni si attesterebbe attorno ai 30 miliardi di euro all’anno.

La Lega di Salvini propone un’aliquota più bassa e intorno al 15% per tutti i redditi; i costi in questo caso sarebbero di 50 miliardi di euro. Fa da sé che una riforma pensata per aumentare il gettito fiscale perde senso se genera una perdita per lo Stato. Gli effetti positivi hanno infatti bisogno di un tempo di maturazione minimo per compensarne i costi iniziali.

Uno studio della UIL ha analizzato l’impatto che una tassa del genere con un’aliquota del 15% per i redditi fino a 52.370 euro avrebbe sulle tasche delle famiglie. I risultati evidenziano l’assenza di un vantaggio e anzi un aumento diretto dell’imposizione per i redditi sotto ai 27.440 euro; sono questi i primi a beneficiarne con un sgravo fiscale di circa 500 euro all’anno.

Si genera un aumento di imposta per tutti i redditi fino a 26.600 euro lordi annui. Sotto questa soglia infatti il risultato diventa controproducente; considerando l’assenza di detrazioni e deduzioni, l’imposta arriva a togliere circa 1800 euro ai redditi inferiori agli 11.000 euro all’anno. Su base mensile l’incremento diventa pari al 72% per un lavoratore con un reddito di 17.640 euro lordi annui, più 116 euro al mese di tasse.

Aumenta la pressione fiscale con una Flat tax generalizzata, riducendosi progressivamente e diventando positiva in modo significativo soltanto a partire dai 31.690 euro. Un risparmio di circa 100 euro al mese che arriva a circa 600 per chi guadagna 52.370 euro all’anno.

Dagli esempi realizzati, spicca un’immagine di forte sperequazione che tale misura avrebbe sulle fasce di reddito più povere. Va considerato che il vantaggio sperato è quello di un’emersione progressiva dell’evasione fiscale oltre che di maggiore margine di spesa e investimento per le piccole medie e grandi imprese. A questo punto il ritorno economico favorirebbe il mercato del lavoro incidendo positivamente sui redditi delle famiglie.

Andrea Carta

Ha studiato Analisi Tecnica dei mercati finanziari e ha svolto la professione di trader indipendente fino al 2019. Appassionato di letteratura e scrittura creativa, concilia le sue conoscenze ed esperienze scrivendo articoli in tema finanziario, socio economico e politico

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