Dalle bozze dell’Unione Europea sulle misure per il gas, emerge una posizione cui il price cap potrebbe essere preso in considerazione nella forma “variabile” proposta dall’Italia.
Il calo della produzione interna di gas nell’Eurozona ha favorito, negli anni, la dipendenza dal gas russo.
Dopo l’invasione dell’Ucraina a due settimane dal conflitto i prezzi della materia prima sono aumentati del 180%. La conseguenza è stata un aumento ai prezzi all’ingrosso anche per l’elettricità, inficiando così in modo diretto i costi energetici di famiglie e imprese.
Il price Cap che deve essere messo in opera avrà secondo la bozza dell’Ue caratteristiche tali da non aumentare il consumo, non pregiudicare gli scambi bilaterali fuori Borsa né incidere sui mercati dei derivati sull’energia. Oltre a questo, non deve naturalmente incidere sulla sicurezza degli approvvigionamenti.
Seppur con i suoi limitati, si tratta comunque di una opzione disponibile a livello europeo di cui possono beneficiare in primo luogo nell’immediato in Italia società come: Enel, Iren, A2a, Hera e Acea.
In questo contesto il nostro Paese ha il vantaggio di una posizione geografica strategica; può contare infatti sull’accesso ad altri gasdotti e infrastrutture di Gnl. Con una dipendenza dal gas russo del 25% ha stipulato accordi per le importazioni da Algeria, Azerbaigian e altri paesi. L’impatto economico può così essere ulteriormente limitato; con un razionamento meno severo rispetto a Paesi dell’Europa centrale.
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l’Economist, analizzando la situazione sottolinea l’alta esposizione italiana al rischio di alcuni settori industriali come quello meccanico e metallurgico. Nel nostro Paese il gas ha occupato nell’ultimo decennio un posto sempre più importante, arrivando al 50% del mix energetico prodotta da centrali a gas in crescita rispetto al 37% del 2000.
Non solo il caro bollette, ma una strategia energetica complessiva sarà quindi la sfida che l’Ue e il Governo italiano si appresta ad affrontare. In caso di fallimento la volatilità dei prezzi, cominciata già a dicembre 2021, rischia di diventare la “nuova normalità”. La situazione se non gestita a dovere potrebbe fermare la transizione ecologica, oltre che minare la crescita e impedire l’adeguata capacità di approvvigionamento per l’inverno del 2023-2024.
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