Nel 2026 le pensioni aumentano dell’1,4%, ma l’incremento reale cambia in base all’importo dell’assegno. La rivalutazione scatta da gennaio, segue il meccanismo a fasce e incide in modo diverso su pensioni basse, medie ed elevate.
La rivalutazione delle pensioni 2026 torna al centro dell’attenzione di milioni di pensionati. L’aumento ufficiale fissato all’1,4% promette un adeguamento all’inflazione, ma dietro la percentuale si nasconde un sistema articolato che produce effetti molto diversi.
Tra INPS, cedolini di gennaio e soglie legate al trattamento minimo, il 2026 conferma un modello che tutela gli assegni più bassi e riduce progressivamente l’aumento per quelli medio-alti, con effetti diretti sul potere d’acquisto.
La rivalutazione pensionistica serve ad adeguare gli importi all’andamento dei prezzi e nel 2026 si basa su un indice pari all’1,4%. L’aumento non si applica in modo uniforme perché il sistema prevede fasce di importo. Le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo INPS ricevono l’adeguamento pieno sull’intero assegno, mentre oltre questa soglia la percentuale si riduce gradualmente. Questo meccanismo spiega perché due pensionati, pur partendo dalla stessa percentuale ufficiale, vedono aumenti molto diversi sul cedolino.
In termini pratici, una pensione di 1.000 euro sale a 1.014 euro mensili, con un incremento annuo di 182 euro. Un assegno da 1.500 euro arriva a 1.521 euro, pari a 273 euro in più in un anno. Finché si resta sotto la soglia delle quattro volte il minimo, l’aumento segue fedelmente l’1,4%, ma già su importi più elevati il recupero dell’inflazione diventa parziale. Una pensione da 3.000 euro, ad esempio, cresce fino a 3.041 euro mensili perché l’adeguamento pieno si applica solo a una parte dell’importo, mentre sulla quota eccedente scatta una percentuale più bassa. Salendo ulteriormente, lo scarto tra aumento teorico e reale diventa sempre più evidente.
Un caso emblematico riguarda la pensione minima 2026. L’importo base sale da 603,40 a 611,80 euro grazie alla rivalutazione ordinaria, ma il valore finale arriva a 619,80 euro mensili grazie alla maggiorazione straordinaria già prevista dalla normativa precedente. Il confronto corretto va però fatto con il valore complessivo del 2025, che era pari a 616,67 euro. Il risultato è un aumento reale di circa tre euro al mese, sufficiente solo in parte a contrastare l’aumento del costo della vita.
La rivalutazione entra in pagamento automaticamente dal cedolino di gennaio 2026. L’INPS applica gli importi aggiornati senza necessità di domanda e riconosce eventuali conguagli nei mesi successivi. Per quanto riguarda il calendario, i pagamenti avvengono di regola il primo giorno bancabile del mese, con l’eccezione di gennaio che slitta al secondo giorno utile. Per chi riscuote tramite Poste Italiane o istituti bancari, le date di disponibilità valuta seguono il calendario definito dalla Circolare INPS del 19 dicembre 2025, con lievi differenze tra canali di pagamento.
Il sistema prevede anche una disciplina particolare per gli assegni di importo molto contenuto. Se la pensione non supera il 2% del trattamento minimo, il pagamento avviene in un’unica rata annuale anticipata. Oltre questa soglia e fino al 15% del minimo, l’INPS dispone il pagamento in due rate semestrali, una a gennaio e una a luglio. Anche questa regola incide sulla percezione concreta dell’aumento, soprattutto per chi riceve importi molto bassi.
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