La rottamazione quinquies apre uno spiraglio che guarda oltre lo Stato. Un richiamo ai Comuni, un magazzino crediti ingolfato e due grandi assenti come IMU e TARI alimentano il dibattito su una possibile estensione della definizione agevolata.
Accanto ai carichi gestiti dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione, emergono interrogativi sempre più insistenti sul ruolo dei Comuni e sulle entrate locali oggi escluse.
Le parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti introducono un elemento politico e istituzionale nuovo, che si muove tra moral suasion e possibili evoluzioni legislative, lasciando intravedere scenari che potrebbero incidere su IMU e TARI.
La rottamazione quinquies, prevista dalla Legge di Bilancio 2026, riguarda i carichi affidati ad AdER dal 2000 al 2023 relativi a omessi versamenti da dichiarazione e ai contributi INPS. Il meccanismo consente di estinguere il debito pagando capitale e spese, senza sanzioni, interessi e aggio, con un impatto significativo sul debito fiscale accumulato negli anni.
Restano però fuori dal perimetro due voci centrali per i contribuenti e per i bilanci locali: IMU e TARI. L’esclusione non dipende da una scelta contingente, ma dalla natura stessa di questi tributi. Si tratta infatti di entrate comunali, non riconducibili a liquidazioni da dichiarazione come quelle disciplinate dagli articoli 36-bis e 36-ter per le imposte dirette e 54-bis e 54-ter per l’IVA. Questo elemento tecnico spiega perché la definizione agevolata statale non le ricomprenda.
Il ministro Giorgetti, intervenendo sul tema, ha invitato i Comuni ad “agganciarsi” allo spirito della rottamazione per ridurre l’enorme magazzino dei crediti, pur ribadendo l’autonomia degli enti locali. Un passaggio che non modifica il quadro normativo attuale, ma che apre un interrogativo politico rilevante: semplice richiamo alla responsabilità finanziaria o primo passo verso una riforma più ampia?
Nel sistema attuale, IMU e TARI seguono regole proprie, definite a livello comunale, sia nella fase di accertamento sia in quella di riscossione. Proprio questa autonomia rende complessa un’estensione automatica della rottamazione quinquies alle entrate locali. Tuttavia, il richiamo governativo suggerisce che il tema non riguarda solo il diritto tributario, ma anche l’efficienza complessiva della riscossione.
Se l’apertura ai Comuni dovesse tradursi in un intervento più strutturato, gli scenari possibili appaiono diversi. Da un lato, potrebbero nascere definizioni agevolate locali, con regole differenziate da Comune a Comune. Dall’altro, si potrebbe ipotizzare un aggancio dei carichi comunali ad AdER, con criteri uniformi su scala nazionale. Una terza ipotesi, più equilibrata, prevede un modello ibrido, con standard comuni fissati a livello centrale e margini di adattamento lasciati agli enti locali.
Un contribuente con debiti IMU o TARI non può oggi accedere alla rottamazione quinquies statale, anche se i carichi risultano iscritti a ruolo. Può però trovarsi, in futuro, davanti a strumenti di definizione agevolata decisi dal proprio Comune, oppure a un sistema più uniforme se il legislatore scegliesse di intervenire. In entrambi i casi, il punto di equilibrio resta la stessa: ridurre i crediti difficilmente esigibili senza comprimere l’autonomia finanziaria locale.
La rottamazione quinquies, così com’è, non include IMU e TARI. Ma il dibattito aperto dal Governo segnala che il tema dei tributi comunali entra ormai stabilmente nel confronto sulla riscossione e sulla sostenibilità del sistema. Più che una svolta immediata, si profila una fase di transizione in cui il confine tra Stato e Comuni potrebbe diventare, per la prima volta, oggetto di una revisione organica.
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