Gli eventi macroeconomici della scorsa settimana hanno causato una rinnovata attenzione alla variazione dello spread Btp/Bund e quindi alla tenuta dei conti pubblici dell’Italia.
La situazione di congiuntura rende i Btp inadatti a proteggersi dall’inflazione, maturando valore solo sul lungo termine.
I rendimenti stanno aumentando ovunque a causa delle preoccupazioni per l’inflazione e della crescente aspettativa che le banche centrali debbano aumentare i tassi di interesse in modo aggressivo.
Tutto si sconta quindi attraverso il trading sui titoli di Stato che concretizza interessi crescenti ma rendimenti netti ancora negativi. Questo non fa altro che pesare sullo spread concretizzando la possibilità di un impatto negativo sul debito pubblico non solo dell’Italia ma anche dell’Europa meridionale.
Il quadro è simile in altri Paesi europei altamente indebitati. Così il rendimento dei titoli decennali della Grecia ha raggiunto lunedì il 4,43%, mentre i rendimenti dei titoli decennali di Portogallo e Spagna sono saliti entrambi al 2,9%.
La ragione principale risiede nell’elevato rapporto tra deficit e Pil. Per quanto riguarda il nostro Paese i dati contenuti nel DEF, documento di economia e finanza 2022, dovrebbe comunque diminuire quest’anno. Esso passerà tuttavia dal 150,8 al 147% rimanendo comunque motivo di preoccupazione.
La Banca centrale europea non può ignorare l’elevato indebitamento nell’area euro. Sono possibili in questo senso interventi finalizzati a far scendere i rendimenti; la BCE prevede uno scudo parziale a protezione del debito degli stati periferici. Questo potrebbe essere attivato in caso di forte rialzo dello spread. Oltre la Grecia, il cui debito è detenuto da creditori che le hanno concesso condizioni molto favorevoli, la vera questione rimane l’Italia. Nonostante alcune riforme sotto la guida di Draghi, la crescita italiana rimane incerta sul medio lungo periodo.
Per questo motivo il percorso di rientro nella normalità prospettato fino ai primi mesi del nuovo anno rischia di fallire. Lo Stato e la capacità di spesa sono indeboliti dall’inflazione e dalle spese per bonus e sussidi usati in modo sempre più diffuso per compensare le perdite economiche. Il rallentamento della crescita rispetto alle previsioni dei mesi scorsi, fa il paio con il conseguente calo delle entrate fiscali e la sempre più limitato margine di spesa per gli ammortizzatori sociali.
Il quadro generale rimane incerto e contraddittorio con un percorso di diminuzione dell’inflazione meno lineare e sicuro di quanto affermano i governi e le banche centrali.
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