Bitcoin, il boom della moneta digitale causa danni imprevisti

Le emissioni inquinanti dell’industria del bitcoin in Cina crescono. Il raggiungimento dei parametri ambientali sostenibili è a rischio.

Bitcoin - cina (Google immagini)
Bitcoin – cina (Google immagini)

Che l’industria del Bitcoin in Cina fosse particolarmente florida è ormai cosa nota. Meno scontato è che il consumo di energia per la produzione della valuta digitale comporta notevoli danni ambientali.

Il “mining”, ossia il processo di produzione di Bitcoin, consuma infatti centinaia di terawattora. Per l’esattezza, nel 2024 saranno raggiunti i 297 terawattora, superiori alle emissioni di gas serra di potenze industriali come Italia e Arabia Saudita nel 2016.

Il parametro del “carbon footprint” desta molte preoccupazioni. L’impatto delle emissioni di gas serra causate dai minatori che lavorano il carbone o si avvalgono di energia elettrica sarà pari al 5,41% delle emissioni CO2 del paese e arriverà a 130,50 milioni di tonnellate metriche nel 2024.

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Bitcoin e autorità cinesi

La funzione regolatrice delle autorità cinesi sarà essenziale per contenere il danno ecologico. Se non si interverrà, ad essere penalizzati saranno gli obiettivi di sostenibilità ambientale che il Dragone stesso si è dato. A questi ritmi, la neutralità carbonica, prevista per il 2060, sarà disattesa.

Così, senza dubbio, anche gli Accordi di Parigi. Firmati nel 2016, questi ambirebbero addirittura a dimezzare le emissioni rispetto al Pil entro il 2030.

Il problema è che il ruolo dei Bitcoin è al centro dei processi di competizione globale. Va inoltre qualificandosi come asset geopolitico strategico per il confronto finanziario tra USA e Cina.

Ciò ha comportato un raffinamento delle tecniche di estrazione, più costose e dispendiose a livello energetico. Oggi si adoperano hardware molto sofisticati per l’esecuzione automatica dei calcoli: sono gli Application-Specific Integrated Circuits (ASICs).

La Cina ha cercato di sfruttare i propri vantaggi strategici, ovverosia sulla prossimità geografica ai produttori delle tecnologie in questione e sull’accesso a fonti di energia elettrica a costi contenuti. Il 75% delle operazioni di mining nel mondo avviene oggi nella Repubblica Popolare Cinese.

La proposta di implementare una carbon tax, che peraltro neppure basterebbe, è dunque poco probabile. Un’efficientamento delle tecniche di estrazione che contenga l’ammontare di energia dispersa nel mining è invece più probabile. Ma per ora si fa comunque attendere.

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