Come scoppia una bolla? Ci sono le prove che lo spirito dei mercati è irrazionale

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Oggi giorno assistiamo, con evidente preoccupazione dei legislatori, a fenomeni di mancata lungimiranza da parte degli investitori, che sembrano ignorare le conseguenze lungo termine e le ragioni materiali per le quali non è possibile valutare razionalmente un ritorno dagli investimenti, sempre più legati ad aspettative ideali.

Ecco un esempio storico e uno attuale, nel quale è evidente, sono i sentimenti a governare i portafogli.

La bolla dei tulipani è stata probabilmente la prima bolla speculativa documentata nella storia. Si posero le basi, nell’economia dell’epoca di ciò che oggi giorno potremmo definire come la prima multinazionale, che la compagnia delle indie, coadiuvata dal potere e dalla supremazia navale che all’epoca era concentrata nei Paesi Bassi. Nella prima metà del 1600, per acquistare un bulbo di tulipano, era necessario scambiarlo attraverso dei contratti che oggi potremmo definire future. Alcuni commercianti potevano infatti vendere non solo bulbi che erano stati appena piantati, ma addirittura ricevere denaro per quelli che, promettevano, avevano intenzione di piantare.

I bulbi erano dei beni particolarmente scarsi in quanto lunga era la maturazione e difficile ottenere le diverse varianti, che erano ognuna per se stessa dei pezzi da collezione, come oggi giorno potremmo considerare le monete rare o gli oggetti d’arte.

I tulipani arrivarono in Olanda nel 1562, con un carico giunto da Costantinopoli. L’interesse per questo fiore dalle diverse colorazioni, divenne uno status symbol dal momento in cui che le persone agiate dell’epoca associarono a questo fiore qualità di ricercatezza ed eleganza, facendoli comparire a motivo di ciò, anche nei propri ritratti o dandogli nomi di personalità di spicco e notabili dell’epoca. Lentamente la domanda raggiunse livelli insostenibili rispetto alla scarsità dei suoi esemplari.

Nel 1623, un singolo bulbo poteva arrivare a costare quasi sette volte il reddito medio dell’epoca. I tulipani erano scambiati anche con terreni, case, animali, o erano usati come garanzia per farsi elargire sostanziosi crediti.

Nel 1636 il mercato dei tulipani, aveva si era organizzato assomigliando per certi versi a un’asta odierna o un borsino degli anni ottanta. Le persone agivano come se il valore associato a questi fiori o meglio ai suoi bulbi dai quali essi fiorivano, avesse una giustificazione intrinseca o dovesse durare indefinitamente.

Il crollo arrivò nel febbraio del 1637. Dire quale fu la causa che disilluse gli avidi collezionisti è impossibile dirlo, è certo che come ogni tendenza o moda esse seguono l’arbitrio delle sensazioni ed è quindi impossibile stabilire quando arriverà la loro fine. Quando le persone cominciarono a cambiare il proprio giudizio, comincio a cambiare fino a invertirsi, anche il prezzo. Quando le prime contrazioni del prezzo arrivarono, i bulbi si deprezzarono fino a un decimo del loro valore, fino a divenire nel giro di un paio di mesi dei semplici, per quanto bizzarri, fiori. Centinaia di olandesi, inclusi uomini di affari e dignitari, si rovinarono finanziariamente.

Veniamo a giorni nostri, COVID-19 è il pericolo degli stimoli fiscali

Questa sarà pure la più artificiale delle recessioni, una crisi imposta dalle restrizioni alla libertà di movimento e di aggregazione, dovute all’emergenza coronavirus, dove tuttavia a causa degli ingenti stimoli fiscali e monetari i parametri reddituali sono stati generalmente sostenuti da interventi mirati e precauzionali e la liquidità si è espansa al punto che il mercato ha risposto con un ottimismo più simile a una liberazione emotiva che non a una stima razionale delle trasformazioni della domanda e quindi della produzione. Come verranno riadattati il lavoro e la produzione nessuno può dirlo con estrema sicurezza.

Nel secondo trimestre del 2020, i mercati hanno recuperato parzialmente le perdite grazie alle straordinarie misure di politica monetaria e di bilancio, annunciate e adottate a livello globale, è chiaro quindi che una grossa parte di questi investimenti sia fondato sulle aspettative e sugli annunci di una ripresa che si aggira, se non sussisteranno nuovi episodi di proporzioni simili alla prima ondata di contagio, a tassi di crescita oscillanti attorno al 5% a livello globale, e tra il 6,5% e il 7,7% per l’area euro.

È quindi evidente come la possibilità di generare errori nell’assegnare il giusto valore all’asset, nel quale si decide d’investire, sono molto più frequenti di quello che crediamo, in quanto una grossa parte degli investitori rimane vittima, soprattutto quando viene toccata personalmente dagli eventi, di quella che è definibile come dissonanza cognitiva. Bisogna quindi fare attenzione a non sostituire, soprattutto nel trading, la speranza con le illusioni.

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