Media: aumentano fusioni e acquisizioni, il settore in mano a pochi grandi nomi

Le fusioni tra due aziende spesso è il modo più frequente con il quale riescono ad avvantaggiarsi sul mercato entrato in recessione.

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Nel comparto dei media le fusioni sono all’ordine del giorno. La concentrazione porta alle aziende più potere e aumenta i loro margini di profitto, ma aumenta anche la dipendenza delle testate e diminuisce la pluralità dell’informazione e dei punti di vista politici, culturali e sociali.

La fusione tra due società comporta in generale un aumento del potere economico, grazie soprattutto al vantaggio insito nell’economia di scala e dall’altro lato una riduzione della concorrenza. Se da un lato queste caratteristiche danno un vantaggio immediato all’azienda, la nuova realtà può creare uno squilibrio nella diversificazione dell’offerta e una tendenziale riduzione della qualità.

Fusioni e acquisizioni del 2021 nel settore dei media

In termini di fusioni e acquisizioni il record storico è avvenuto nei primi quattro mesi del 2021 con un valore economico delle operazioni cresciuto del 124% e pari a 1770 miliardi di dollari.

Complice la crisi economica e il vantaggio dovuto alla crescita esponenziale durante la pandemia degli introiti per molte aziende nel settore dell’informazione e dell’intrattenimento, le grandi realtà hanno creduto di rispondere alla crisi approfittando del vantaggio e diventando ancora più grandi. Il beneficio sul breve termine può essere scontato sul valore delle quotazioni, ma sul lungo periodo le concentrazioni di potere mediatico possono creare squilibri notevoli non solo per il mercato ma anche per la vita civile e democratica.

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Qual è la situazione del mercato dei media in Italia?

Il mercato dei media in Italia e quindi l’informazione è sostanzialmente in mano a pochi grandi attori, con conseguenze inevitabili sulla trasparenza, l’influenza dei proprietari e dei loro interessi privati sui contenuti editoriali.

Quattro realtà editoriali in Italia, Rai, Fininvest, Sky e RCS Mediagroup realizzano il 90% delle entrate del mercato audiovisivo. I grandi nomi dietro all’informazione possono minare la capacità dell’opinione pubblica di comprendere il Paese e sviluppare un’indipendenza politica, fuori dalle dinamiche personalistiche che rendono altamente inefficiente e autoreferenziale il sistema economico italiano.

Il pluralismo dell’informazione viene negato tanto maggiori sono le conglomerazioni di potere mediatico che si spartiscono il mercato. I grandi nomi in Italia capaci di modellare la percezione della politica e del Paese sono cinque:

  1. GEDI proprietaria dei quotidiani nazionali La Repubblica e La Stampa, Secolo XIX e dal 2016 anche di l’Espresso non che una moltitudine di testate locali.
  2. Fininvest che controlla direttamente Mediaset e Mondadori, e indirettamente, Libero Quotidiano e Il Giornale.
  3. RCS Mediagroup editore del Corriere della Sera, della Gazzetta dello Sport
  4. Confindustria è proprietaria del Sole 24 ore, di Radio 24 e dell’agenzia di stampa Radiocor.
  5. Class Editori che pubblica i quotidiani Milano Finanza, Italia Oggi, ma anche diversi periodici.

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Se la libertà di infromazione nel nostro paese sembra progressivamente scomparire, qualcosa di simile accade anche sul piano internazionale, con pochi colossi editoriali in grado di gestire il mercato dell’informazione a livello globale. Considerate in termini di capitalizzazione le grandi compagnie hanno proseguito a espandersi e concentrare le decisioni sull’offerta culturale nelle mani di pochi attori.

Essi sono Disney che nel 2019 ha realizzato una fusione con 21st Century Fox, ViacomCBS frutto anch’essa di una fusione tra CBS e Viacom entrambi sotto il controllo dello stesso proprietario, Charter Communications, Fox, Discovery, DISH Network, Omnicom Group.

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