MPS nel caos: no alla cessione agli stranieri e il divieto di svendita agli italiani, che fine farà? Preoccupati gli azionisti

Oscurata dalle notizie della guerra l’attenzione della cronaca italiana è stata distolta dalle vicende di Monte dei Paschi.

Novità sono emerse martedì, con l’audizione del ministro dell’Economia Daniele Franco alla commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario.

MPS nel caos: no alla cessione agli stranieri e il divieto di svendita agli italiani, che fine farà? Preoccupati gli azionisti

Le soluzioni al vaglio sono tutti espedienti che non consentono ancora l’uscita del Mef dal capitale senza che questo possa toccare gli interessi delle parti coinvolte. Il ministro Franco si dice aperto a qualsiasi ipotesi, ma le condizioni poste sembrano impedire una svolta concreta. Tra queste quella che il Mef uscisse vendendo la quota di maggioranza a un privato. Il precedente fallimento delle trattative con UniCredit di Andrea Orcel, hanno messo in evidenza quali siano le difficoltà per un eventuale acquirente fuori dall’intricato sistema di contrappesi del sistema bancario italiano.

Franco conferma quindi l’obiettivo del Mef è conseguire una congrua dilazione, effettuando la dismissione della partecipazione in tempi adeguati, in modo da poter valutare attentamente tra le opzioni più adeguate.

MPS nel caos: no alla cessione agli stranieri e il divieto di svendita agli italiani

Tra quelle meno probabili c’è anche quella della vendita della quota agli stranieri. Si apre quindi il capitale di una delle più grandi banche italiane verso l’estero. La caduta dei tabù ha portato a un generale sollievo degli azionisti, con il titolo di MPS che ha realizzato nella giornata un incremento del 5%.

La prerogativa di ogni accordo passa quindi dall’uscita dello Stato in modo sostenibile per aziende e per sistema economico. La scadenza per l’uscita del Tesoro dalla banca concordata con l’Ue è stata già ampiamente sforata. Questa era stata fissata alla fine del 2021 nell’accordo siglato cinque anni fa, quando lo Stato entrò nel capitale di Monte dei Paschi.

La dismissione avverrà “solo dopo la realizzazione dell’aumento capitale, pari a 2,5 miliardi entro quest’anno. Oltre ciò è necessario “l’avvio delle iniziative di contenimento dei costi e miglioramento dell’efficienza definite dal piano industriale”. Un elemento di sicurezza in questi termini è proprio l’aumento del capitale della banca senese previsto per il quarto trimestre di quest’anno.

Le altre condizioni da rispettare poste dal Governo italiano

Verosimilmente la vendita avverrà soltanto dopo il nuovo aumento di capitale. Tra le altre condizioni da rispettare poste dal Governo italiano ci sono quelle di salvaguardare i livelli occupazionali, tutelare il marchio, “nonché il legame che Monte dei Paschi ha col patrimonio economico, ma anche culturale e storico della città di Siena, della Toscana e anche del nostro Paese”.

Insomma, sembra proprio che l’apertura sulla carta strida con le possibilità reali che si materializzi uno o più acquirenti che possano rispettare tutte le caratteristiche necessarie. Se il fatto di aprirsi a una pluralità di soggetti, compresi stranieri può essere positivo, a questo si accompagnano alcune altre richieste. La pretesa che il paese mantenga centri decisionali importanti e che le aziende italiane siano presenti simmetricamente all’estero.

Per quanto riguarda le variabili patrimoniali di Monte Dei Paschi di Siena ha concluso il 2021 con risultato operativo netto positivo per 629,2 milioni di euro. Un miglioramento notevole rispetto al rosso di 20,3 milioni contabilizzato nel 2020. L’utile netto di Monte dei Paschi di Siena è stato pari a 309,5 milioni di euro rispetto alla perdita di 1,69 miliardi contabilizzata nell’esercizio precedente.

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