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Criptovalute

Bitcoin: le quattro domande che decideranno il futuro della criptovaluta

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I legislatori degli Stati Uniti si sono riuniti mercoledì in quella che è la più importante istituzione per il controllo legislativo sul comparto dei servizi finanziari, assicurativi e bancari, al fine di discutere l’applicazione di una nuova regolamentazione per il mercato delle criptovalute.

Negli ultimi anni la proliferazione di servizi di trading retail e il supporto di questi al mercato delle criptovalute, nonché la diffusione degli incentivi a mantenere in portafoglio questo tipo di asset, hanno rievocato i fantasmi della speculazione e della conseguente crisi del credito avvenuta nel 2008. Nel corso degli anni sono stati molteplici i tentativi che per iniziativa di vari paesi sono stati portati avanti, al fine di chiarire la natura legale, fiscale e i limiti del mercato delle criptovalute.

L’unico effetto dei regolamenti e delle strette legislative sembra stato quello di definire la natura delle criptomonete al fine di stabilire la loro fattispecie patrimoniale e nel caso applicare un congruo prelievo fiscale. A parte i casi di nazioni come la Cina, che hanno recentemente vietato l’uso e la presenza nella propria economia delle criptovalute, escludendo completamente una mediazione del fenomeno, il resto del mondo sembra aver dato una spinta collaterale alla percezione del valore delle criptovalute.

Ogni nuova spinta normativa le cui conclusioni realizzano, a dispetto delle premesse mediatiche, un piccolo ritocco nei regolamenti vigenti, non fanno altro che aumentare in modo sempre più provato la narrativa di un mercato in grado di continuare a performare a dispetto di ogni limite imponibile. Le critiche alle criptovalute centrate in particolar modo sul Bitcoin, si riferiscono quasi sempre alla sua volatilità, alla sua inutilità dal punto di vista pratico e alla sua natura energivora e antiecologica. Se da un punto di vista superficiale queste affermazioni possono trovare seguito, quando i legislatori provano ad analizzare il fenomeno si trovano davanti a una realtà più complessa e in grado di mettere in difficoltà l’attribuzione di regole specifiche e arbitrarie, rispetto alla natura degli strumenti finanziari già esistenti.

Il Bitcoin è veramente “troppo volatile”?

La volatilità del Bitcoin, se osservata dal punto di finanziario, segue semplicemente le dinamiche di domanda e offerta ed è assimilabile al comportamento che qualunque asset, che si trovi nelle stesse condizioni di scarsità sarebbe in grado di manifestare. In altri momenti storici altri asset sono stati in grado di avere variazioni eccezionali in tempi relativamente brevi, si pensi ad esempio al palladio, al rame o all’argento.

La volatilità è in oltre un ottimo argomento per attrarre la curiosità non solo degli investitori, ma anche delle persone comuni, tale che è spesso trattata con eccessivo sensazionalismo dai media che tuttavia non considerano come sia proprio questa variabile a determinare il valore e la forza del sistema finanziario, senza cui le aziende non potrebbero finanziarsi per mezzo della vendita delle proprie azioni in borsa, con il beneficio di chi è in grado di investire con le giuste cognizioni riuscendo a trarre profitto.

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Il Bitcoin è un investimento ad alto rischio?

Tuttavia è necessario chiarire come i legislatori siano legittimati a intervenire sulla pubblicità, che proprio grazie ai media, rende le criptovalute pericolose per chi spera di guadagnare da un singolo investimento delle cifre eccezionali. Su alcuni temi l’informazione presente tende ad amplificare gli esiti in linea con la narrazione più attraente, eliminando dalla percezione del lettore tutti gli esiti contrari che non vengono raccontati. Proprio per questo fenomeno le persone che sono riuscite a guadagnare dagli investimenti sulle criptovalute sono esposte a un’amplificazione mediatica, che rende la percezione del fenomeno un evento molto più frequente e probabile di quella che è invece la realtà dei fatti. Migliaia di trader e piccoli investitori hanno perso una parte del loro capitale e semplicemente non vanno in televisione o scrivono un articolo per raccontarlo. Ciò che i legislatori possono fare in questo senso, non essendo possibile censurare direttamente l’informazione sugli esiti degli investimenti sulle criptovalute, sono quelle di limitare la leva finanziaria a disposizione dei broker o dei servizi di trading offerti dagli exchange.

Il Bitcoin è un asset particolarmente inquinante?

La commissione USA ha consultato una serie di esperti al fine di chiarire il rischio opportunità della tecnologia blockchain. Un argomento che potrebbe essere impugnato dai legislatori nel regolare le criptovalute è quello dell’eccessivo consumo energetico di alcune di esse, di cui il Bitcoin è l’esempio eclatante. La conseguenza è quella di perpetuare l’esistenza di un asset non particolarmente utile e particolarmente inquinante. Ma è davvero così?

Nella realtà dei fatti Bitcoin, secondo l’indagine di ricercatori come quelli del Cambridge Centre for Alternative Finance, il centro di ricerca dell’università di Cambridge che analizza e studia i nuovi fenomeni nel settore finanziario, ha stabilito che il 39% del consumo energetico derivante dal processo di mining del Bitcoin viene da fonti di energia rinnovabile, e che il 76% di essi alimentano almeno una parte del consumo energetico per questa attività da energia alterativa. Per avere un termine di paragone, i dati del 2020 sulla rete elettrica degli Stati Uniti mostrano come soltanto il 20% dell’energia prodotta deriva da fonti rinnovabili. Questo rende nella realtà dei fatti il Bitcoin molto più ecologico rispetto la disponibilità delle infrastrutture e di molte altre industrie, che tuttavia analogamente a quanto può avvenire sul Bitcoin, possono essere incentivate dagli investitori a ridurre il loro impatto ecologico e accelerare sulle politiche di decarbonizzazione.

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El Salvador ha fatto la scelta giusta?

L’ultima considerazione concernente la regolamentazione delle criptovalute è ciò che è avvenuto recentemente nella Repubblica di El Salvador, che proprio in modo opposto a quello che è avvenuto 18 giugno in Cina, ha regolato e legato completamente la sua economia al Bitcoin. Ma una totale accettazione di questa criptovaluta potrebbe causarle tutti i danni che i suoi rifiuti non sono stati in grado di arrecarle. I motivi sono molteplici:

  • El Salvador, con una popolazione di appena 6,5 milioni di abitanti e un PIL di 27 miliardi di dollari, è pronta a canalizzare un mercato del valore di seicento miliardi di dollari. Da settembre centinaia di migliaia di piccole e medie imprese si troveranno obbligate ad accettare i pagamenti in Bitcoin, che potrebbe rivelare in modo contestualizzato e oggettivo la sua distruttività per l’economia, con un conseguente danno di immagine dal quale sarebbe difficile riprendersi.
  • Milioni di persone si troveranno improvvisamente nella necessità di dover fare i conti con i limiti strutturali e la liquidità presenti sulla blockchain. Ogni commerciante correrebbe il rischio di subire fluttuazioni improvvise delle commissioni a seconda del ciclo di utilizzo e di scambio della criptovaluta, con le relative conseguenze sui profitti e sulla capacità di beneficiare della decisione economica del governo. Questo senza considerare le fluttuazioni del suo valore che possono danneggiare o premiare l’investimento a seconda delle circostanze, data poi la possibilità di convertire immediatamente il pagamento ricevuto in Dollari, la seconda valuta a corso legale nel Paese.
Andrea Carta

Ha studiato Analisi Tecnica dei mercati finanziari e ha svolto la professione di trader indipendente fino al 2019. Appassionato di letteratura e scrittura creativa, concilia le sue conoscenze ed esperienze scrivendo articoli in tema finanziario, socio economico e politico

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