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La correlazione tra azioni e obbligazioni è cambiata: attenzione alla variabile che rimette in discussione il portafoglio

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L’aumento vertiginoso dell’inflazione e le sempre più pressanti preoccupazioni sulla crescita economica mettono sotto pressione i mercati. Esiste oggi una nuova correlazione tra obbligazioni e azioni?

Esiste ancora oggi l’assunzione diffusa sulla correlazione inversa tra obbligazioni e azioni. Tuttavia, l’attuale contesto di incertezza ha mutato un riferimento importante per diversificare i portafogli.

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Le convinzioni e l’abitudine sui mercati non sono mai esenti da sorprese. Il mondo degli investimenti oggi deve ripensare la consueta relazione tra l’andamento dei titoli obbligazionari e di quelli azionari. La reazione aggressiva della Fed all’aumento dell’inflazione negli Stati Uniti, insieme a quella preannunciata della BCE fa il paio con le incertezze sulla crescita dovuta alla riduzione dell’offerta delle materie prime e l’aumento del prezzo del Gas.

In questo contesto secondo i dati elaborati da Msci Usa da settembre 2021 in poi nei maggiori momenti di liquidazione azionari anche i titoli di Stato hanno subito forti pressioni a ribasso. I tempi sembrano quindi cambiati per questo tipo di asset, che sembra perdere la sua classica funzione di diversificazione all’interno del portafoglio. Qualcosa di simile è già accaduto in passato tra il 1978 e il 1982; anche allora le motivazioni che portavano alla vendita delle azioni coincidevano con la stessa aspettativa per le obbligazioni.

Correlazione diretta tra azioni e obbligazioni, è già accaduto in momenti di stagflazione

Le correlazioni dipendono naturalmente dalle condizioni dell’economia reale, oggi come allora, la variazione del prezzo delle materie prime, come il petrolio, coincideva con l’aumento del rischio percepito per la solvibilità di Stati Uniti e Paesi europei. Nessuno oggi può sapere quanto l’attuale crisi commerciale con la Russia possa determinare la ristrutturazione del debito europeo o ancora una crisi istituzionale per altri Paesi occidentali. 

Il crollo dei mercati azionari segna il passo di un mutamento nell’aspettativa di crescita delle maggiori economie mondiali. Si teme che l’inflazione possa essere ormai lontana dalla portata degli interventi della politica monetaria delle banche centrali. Questo può deprimere i margini di profitto delle società quotate e allo stesso tempo ridurre l’esposizione verso i debiti sovrani.

Il 15 giugno la banca centrale USA ha effettualo il più grande rialzo dei tassi di interesse dal 1994; nonostante questo l’obbiettivo di riportare i prezzi al target del 2% necessità, a condizioni invariate di almeno un anno e mezzo di tempo. In Ue la BCE non può fare lo stesso perché ha un altro obiettivo primario da perseguire; la riduzione del rischio frammentazione dei debiti sovrani. Le obbligazioni potranno così riprendere il loro posto come fonte di diversificazione nei portafogli, una volta che le politiche monetarie avranno mostrato la loro efficacia e liberato l’economia e la crescita dal fardello dell’inflazione.

Andrea Carta

Ha studiato Analisi Tecnica dei mercati finanziari e ha svolto la professione di trader indipendente fino al 2019. Appassionato di letteratura e scrittura creativa, concilia le sue conoscenze ed esperienze scrivendo articoli in tema finanziario, socio economico e politico

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