Ci sono mestieri in cui la reperibilità 24 ore su 24 non solo è richiesta ma è necessaria. Pensiamo ai medici, per esempio.
Chi è chiamato ad essere sempre reperibile, non solo è sottoposto a turni che vanno oltre le ore normali, in più ovunque si trovino possono essere chiamati e non possono rispondere di no. Fino ad arrivare ad uno stress significativo e a ferie mai godute.
La reperibilità consiste nell’obbligo da parte del lavoratore di porsi in condizione di essere prontamente rintracciato, fuori dal proprio orario di lavoro, in vista di una eventuale emergenza lavorativa e di raggiungere, in breve tempo, il luogo di lavoro. La chiamata del datore di lavoro deve essere supportata da ragioni di urgenza accertata. Non solo medici, ma anche addetti alla manutenzione di impianti e macchinari, vigili del fuoco e altri.
La reperibilità è prevista con appositi accordi individuali tra azienda e dipendente rispettando i contratti nazionali, ed è il lavoratore stesso a dare il consenso a rendersi reperibile poiché non è obbligato a farlo. Le regole sulla reperibilità non devono comportare per il dipendente un disagio eccessivo nella propria vita familiare e sociale. Ma, come vedremo, non è sempre così.
Era costretto a turni massacranti e, a suo dire, alla reperibilità. Come abbiamo visto nessun lavoratore può essere costretto a tale misura ma sarà lui stesso ad accettarla firmando un accordo in calce al contratto nazionale.
Secondo il lavoratore, poi deceduto, i suoi turni erano diventati lunghissimi e in aggiunta c’erano le chiamate fuori orario di lavoro che gli arrivavano per urgenze sanitarie. Tanti anni passati così gli avrebbero procurato danni morali, anche detti di usura psicofisica. Il medico lavorava presso un ospedale siciliano e aveva chiesto un importante risarcimento all’azienda sanitaria perché gli venissero riconosciuti i danni per quanto era stato costretto a vivere all’interno del nosocomio. Il medico ottenne una prima volta ragione dal tribunale, che gli riconobbe un risarcimento da oltre 30mila euro, ma la vicenda pare non sia ancora conclusa da un punto di vista legale.
Gli eredi dell’uomo, infatti, hanno impugnato la sentenza chiedendo che il risarcimento fosse più alto, almeno 90 mila euro per i danni recati. A costituirsi in giudizio è stata anche l’azienda sanitaria per la quale operava il medico, la quale ha sempre negato responsabilità dirette nella vicenda e chiede, al contrario, che venga respinta la richiesta di risarcimento. Ora ci penserà la Corte d’Appello a dare il suo giudizio.
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