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Pensioni: cosa succederà ai nati negli anni ottanta? Le previsioni spaventano

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Nodo pensioni. Il Governo alle prese con una delle problematiche più serie per il futuro del nostro paese. Cosa succederà?

Foto © AdobeStock

Gli ultimi mesi hanno dimostrato quanto sia urgente e necessaria una riforma delle pensioni che valuti con equità e proporzione l’uscita dal lavoro al momento opportuno dei lavoratori. Quello che abbiamo visto negli ultimi anni con la sperimentazione di Quota 100 si è palesatasi, cosi come da previsioni un grosso buco nell’acqua, non ha fatto certo sorridere le casse dello Stato. In questa fase, quindi, l’esecutivo è fortemente concentrato nel concepire una riforma o al massimo adottare una modalità, una impostazione che vada bene per tutti, per i lavoratori, per le aziende e per le casse dello Stato.

Le idee sul tavolo del Governo presieduto da Mario Draghi portano quasi tutte nella stessa direzione e cioè il concepimento di una impostazione vantaggiosa che non porti a tempi troppo lunghi per il pensionamento ed a condizioni spesso praticamente introvabili tra i lavoratori, si pensi alla questione contributiva. Quelli che saranno letteralmente tagliati fuori da ogni logica che oggi governa invece le dinamiche pensionistiche sono i lavoratori nati negli anni ottanta. Immagiamo un contesto lavorativo completamente diverso che va ad intaccare ovviamente anche il profilo contributivo del lavoratore stesso.

Pensioni: quale futuro per i quarantenni e cinquantenni di oggi?

Se prendiamo in considerazione i lavoratori che oggi hanno dai 40 ai 50 anni ci rendiamo conto che praticamente, per loro, non ci sarà futuro pensionistico, almeno considerando un finale di periodo lavorativo dignitoso al pari di quelli che vanno in pensione in questi anni o che l’anno fatto negli anni precedenti. Ad oggi questa categoria di lavoratori con ogni probabilità vedrà la pensione a 67 anni non si sa bene con quale quota contributiva e quale retributiva. Il nodo è tutto sui contributi e sull’obbligo di una determinata soglia da raggiungere anche per rispettare una serie di paletti imposti ad esempio dalla riforma Fornero in merito alla retribuzione da percepire.

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Il paradosso sta tutto nella possibilità di andare in pensione ad esempio a 64 anni ma non secondo i canoni prefissati in quanto a retribuzione. Se si vuole considerare anche quelli con un almeno 35 anni di contributi versati si prevede un pensionamento orientativamente gravitante tra i 67 ed i 71 anni. Qualcosa che oggi appare letteralmente fuori dal mondo. Cosa serve a questa generazione di lavoratori? Probabilmente una riforma delle pensioni che guardi a scenari e condizioni completamente opposte, capace di vedere ciò che è cambiato negli ultimi trent’anni nel nostro paese. A questo con molta probabilità punta il Governo.

Paolo Marsico

Giornalista pubblicista dal 2012 con numerose collaborazioni alle spalle tra carta stampata e web. Appassionato di scrittura e tra le altre cose di cinema, calcio e teatro. Autore racconti brevi, poesie e testi per il teatro.

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