Stop benzina, le influenze sull’economia dell’agenda verde europea

Le istituzioni europee sono disposte a influenzare i mercati piuttosto che vedere sfumare i propri obbiettivi ecologici, concertati con rigore insieme agli stati dell’Unione e le nazioni industrializzate, prima tra tutti gli Stati Uniti. Il nostro futuro sarà quindi imbrigliato necessariamente all’interno della decarbonizzazione, presupposto della neutralità energetica.

There Is No Planet B protesta

Mercoledì 14 luglio è stato fatto un ulteriore passo avanti da parte della Commissione Europea nel perseguimento della tabella di marcia che porterà, agendo su vari fronti, a una riduzione delle emissioni responsabili dell’effetto serra del 55% entro il 2030.

A essere più coinvolte dalle misure presentate in un’ottica di impegno progressivo sulla regolamentazione del comparto degli autoveicoli e del settore industriale, sono proprio le auto a benzina, che a partire dal 2035 non potranno più essere vendute nei paesi dell’Unione. Nel contempo, verranno implementate sul tutto il territorio centraline di ricarica sia elettriche che a idrogeno.

Gli incentivi fiscali e modifiche normative per raggiungere gli obbietti ecologici

I pericoli sulle ricadute sociali dovrebbero ampiamente venire compensate e compresi dalla pianificazione in corso. L’Europa prevede infatti a partire dal 2025, l’erogazione di aiuti economici tramite un fondo del valore di 10,3 miliardi all’anno per sette anni, al fine di tutelare i lavoratori e le famiglie che verranno penalizzate dai limiti produttivi e industriali imposti sulle emissioni inquinanti. Per riorganizzare il sistema produttivo verranno quindi messi in campo incentivi fiscali e modifiche normative, come la tassazione delle emissioni inquinanti, atte a incentivare il virtuosismo del comparto industriale dei paesi membri.

A questo proposito il pacchetto presentato dalla Commissione europea prevede una riforma del mercato delle emissioni nocive. Il mercato, noto come Emission Trading System, è stato creato nel 2005 e ha permesso da allora di ridurre le emissioni di quasi il 43% a fronte del pagamento sotto forma dell’acquisto di permessi, di una tassazione per ogni tonnellata di Co2 prodotta, che permette alle aziende di superare i limiti di inquinamento imposti. Questo mercato verrà esteso a tutti i settori coinvolti anche indirettamente nel consumo di carburanti fossili, come quello del trasporto aereo e marittimo e su strada nonché edile.

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Perché in Europea la transizione ecologica è diventato un dovere politico

Nell’Unione si stima che oltre il 75% delle emissioni di gas a effetto serra siano causate dall’utilizzo di fonti non rinnovabili impiegate nel settore produttivo. Per questo motivo in Europa raggiungere gli obbiettivi ecologici è diventato un dovere politico e giuridico che non è possibile procrastinare a lungo. Dal 1990 le emissioni di gas a effetto serra sono già diminuite del 24%, ma la strada è ancora lunga e nonostante già entro i prossimi nove anni i nuovi veicoli dovranno emettere il 55% in meno di emissioni rispetto a quelle odierne, si rischia di non riuscire a rispettare gli obbiettivi previsti dagli Accordi di Parigi sul clima, affinché la temperatura media rimanga entro i 1,5 °C fino ai 2 °C. Si rischiano fenomeni atmosferici sempre più violenti e la distruzione di intere aree costiere, dovute all’innalzamento del livello del mare.

Gli investimenti delle case automobilistiche per la svolta ecologista

Un’Europa economicamente competitiva ed efficiente nell’utilizzo delle risorse, sembra in procinto di realizzare una società a bassissimo impatto ecologico. Con questa consapevolezza anche le grandi case automobilistiche come Stellantis, pianificano una riconversione industriale. Il quarto più grande gruppo dell’auto mondiale ha annunciato l’avvio di un progetto per la costruzione proprio in Italia nella città di Termoli una gigafactory, con una strategia di elettrificazione che coinvolgerà 14 marchi di auto nel mondo, con un investimento totale che supera i 56 miliardi di euro. Stellantis è un’azienda multinazionale che progetta fabbrica e distribuisce veicoli per i grandi nomi dell’auto come Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Dodge, Fiat, Jeep, Maserati, Opel, Citroen. La società si impegna a investire oltre 30 miliardi di euro entro il 2025 nell’elettrificazione e nel software. L’obiettivo è che i veicoli elettrificati arrivino a rappresentare oltre il 70% delle vendite in Europa e più del 40% di quelle negli Stati Uniti.

A questo fine, l’azienda ha necessità di ridurre i costi delle batterie di oltre il 60% entro il 2030. L’avanzamento nelle prestazioni delle batterie è di importanza vitale per rimanere competitivi nel settore dei veicoli elettrici, Stellantis come molte case automobilistiche hanno fatto grandi investimenti al fine di poter realizzare per primi batterie alternative rispetto a quelle agli ioni di litio, come quelle allo stato solido, che l’azienda dice di poter riuscire a implementare entro i prossimi cinque anni. Attualmente le quotazioni della multinazionale con sede in Olanda sono scambiate a 15,81 euro e stanno vivendo una decisa fase rialzista, che dai 12 euro di gennaio 2021 sono passate fino ai massimi di giugno a quota 17,55 euro.

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Il petrolio oggi affronta un periodo di particolari incertezze

Se le grandi case automobilistiche si preparano a un futuro in cui i carburanti fossili verranno messi da parte a favore delle energie rinnovabili, il petrolio oggi affronta un periodo particolarmente preoccupante a causa delle dispute sui livelli di produzione all’interno dei paesi OPEC. I futures sul greggio sono arrivati intorno ai 73 dollari al barile dopo i massimi raggiunti il 6 luglio che hanno visto un prezzo record arrivato ai 77,84. Le motivazioni sono da ricercarsi nell’aumento inaspettato degli ultimi dati sulle scorte di greggio degli Stati Uniti.

Gli Emirati Arabi Uniti, dopo il fallimento della riunione OPEC tenutasi all’inizio del mese, sono vicini a siglare un accordo a proprio favore, che potranno convincere i paesi produttori e in particolar modo l’Arabia Saudita, a concedere al Paese una maggiore immissione nel mercato di greggio rispetto alle quote stabilite per ogni nazione Questa differenza di trattamento potrebbe innescare reazioni ed effetti imprevisti con prese di posizione e violazione dei limiti anche da parte degli altri paesi, che vorranno necessariamente essere compensati da un innalzamento del limite dei 400.000 barili a giorno. Attualmente i negoziati non hanno prodotto risultati e il tempo gioca a sfavore del comparto petrolifero e delle attività economiche su scala globale, la cui produzione potrà venire influenzata dall’aumento dei costi dell’energia e dei carburanti.

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