Cina e Afghanistan: un rapporto economico sempre più stretto

Oggi l’Afghanistan può emanciparsi dal gioco delle potenze occidentali scambiando risorse economiche e infrastrutturali con il suo enorme potenziale minerario.

bandiera Afghanistan
Adobe Stock

Quando l’Afghanistan fu invasa vent’anni fa l’economia globale era totalmente diversa da quella odierna. Gli Stati Uniti non potevano immaginare come l’evoluzione tecnologica e sociale avrebbe amplificato enormemente la presenza di componenti elettroniche nonché l’uso delle batterie elettriche. Nonostante il superamento odierno dell’apice nella richiesta di petrolio avrebbe potuto liberare l’Afghanistan dagli interessi economici stranieri, il Paese si trova oggi su un enorme deposito minerario, comprensivo delle terre rare e dal valore stimato che supera il trilione di dollari.

Questa variabile in grado di attirare la nuova potenza emergente rappresentata dalla Cina, è in grado paradossalmente di dare un futuro diverso al Paese mediorientale. È possibile infatti che Pechino spinga i talebani alla creazione di un governo inclusivo, con un livello minimo di diritti umani e civili, contrastando gli elementi che fomentano il terrorismo al fine di ottenere indubbi vantaggi dal punto di vista geopolitico ed economico.

La Cina infatti potrebbe avvantaggiarsi delle miniere afghane rappresentative di un enorme bacino minerario non sfruttato, in cambio di aiuti economici sotto forma di infrastrutture e industrie, ottenendo in cambio un successo diplomatico e l’accrescimento della sua immagine di mediatore nonché benefattore di un popolo, che sarà altrimenti relegato nuovamente a subire un governo oppressivo di stampo teocratico.

Il valore economico e strategico dell’Afghanistan oggi

Per la Cina, l’Afghanistan ha un valore economico e strategico. I leader di Pechino hanno ripetutamente invitato i talebani a impedire ai terroristi di pianificare attacchi contro la Cina e considerano di stringere legami politici ed economici, come chiave per garantire la stabilità della regione. Questo è il presupposto per investire nel settore minerario del paese, per mezzo di un impegno nella costruzione di infrastrutture dal valore di 60 miliardi, che coinvolgeranno i paesi confinanti come il Pakistan.

I funzionari statunitensi hanno stimato nel 2010 che l’Afghanistan aveva 1 trilione di dollari di giacimenti minerari inesplorati. Questi includono vaste riserve di litio, terre rare e rame, materiali critici per la transizione globale verso l’energia rinnovabile e la riduzione delle emissioni inquinanti. Ma le fragili infrastrutture nel paese, senza sbocco sul mare, insieme alla scarsa sicurezza, hanno ostacolato gli sforzi per estrarre e trarre profitto fino a oggi da queste riserve minerarie. Intanto l’accesso ai 450 milioni di dollari del Fondo Monetario Internazionale è ancora sospeso, in attesa che i gruppi militanti organizzino un assetto istituzionale condivisibile a livello internazionale, senza che un ulteriore escalation di violenze si sussegua a danno dei civili e dei militari Usa ancora presenti sul territorio.

LEGGI ANCHE>> Con la fine della guerra in Afghanistan il futuro degli Stati Uniti è a una svolta

Un governo moderato e riconosciuto per Kabul è possibile

I talebani hanno diverse ragioni per esercitare un governo moderato. Kabul affronta una crescente crisi economica, con i prezzi di prodotti di base come farina e petrolio in aumento, le farmacie sono a corto di farmaci e i pochi istituti di credito sono a corto di liquidità. L’ulteriore destabilizzazione causata dal ritiro delle truppe Usa può causare l’aumento dell’inflazione, che porterebbe a una spirale distruttiva tale da far completamente perdere la possibilità di governare in modo pacifico il Paese e conferirgli uno standard economico e civile accettabile. A questo proposito, i talebani chiedono la revoca delle sanzioni e lo fanno per voce dell’emittente statale cinese CGNT, affermando che il loro desiderio è quello di ricostituire le finanze del Paese e avere buoni rapporti internazionali con tutte le nazioni e in particolar modo con la Cina.

A questo punto Pechino ha tutte le carte in regola per stabilirsi come mediatore e alleato prediletto degli interessi dell’Afghanistan, sfruttando senza condanne o ripercussioni di natura morale l’indotto estrattivo minerario. I talebani stanno cercando di mostrare al mondo che il loro modello di governo basato su un dominio oppressivo della popolazione è cambiato rispetto a quanto visto negli anni ’90. Promettono di accogliere benevolmente gli investimenti stranieri da parte di tutti e di non permettere che l’Afghanistan venga usata come base dei gruppi terroristici. Tuttavia è necessario attendere il 31 agosto, quando tutte le truppe Usa avranno lasciato il Paese per avere un idea di come la situazione potrà evolversi e conoscere di conseguenza i risvolti economici che attendono la regione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *